An End Has a Start…

Gli Editors entrano nel giro d’elite dell’indie con il loro nuovo lavoro!

An End Has a Start, il nuovo disco degli Editors!

Gli Editors, band indie rock inglese, pescano il jolly tirando fuori dal cilindro un coniglio chiamato “An End Has a Start”, uno che rientra tra la top 3 dei migliori dischi dell’anno.

Un disco a cui non puoi dire nulla, impossibile dire qualcosa in contrario. Come andare contro i break furiosi della chitarra solistica di Chris Urbanowicz, alla voce unica ed inconfondibile di Tom Smith che mischia un indie rock bello spinto (molto stile Bloc Party dei pezzi più allegri) con liriche, giri di piano e melodie che, personalmente, tanto di Coldplay sanno.

Il disco comincia con “Smokers Outside the Hospital Doors”, primo estratto dall’album, una canzone che, personalmente, ritengo molto riflessiva (“La cosa più triste che io abbia mai visto sono i fumatori fuori dalle porte dell’ospedale”) con qualche spruzzo di non-sense (continuo a non capire cosa c’entri con il resto del testo l’inizio che recita “Metti a terra la benda così ci puoi vedere, ora corri il più velocemente possibile attraverso questo campo di alberi”).
Il pezzo comincia con un’intro di batteria, seguito dal piano e dalla voce di Smith molto profonda, seguita da un break tipicamente indie molto violento, oserei dire. La canzone finisce in crescendo, con un coro da parte di Russell Leetch e Edward Lay.

Arriviamo così alla titletrack, “An End Has a Start”, pezzo di stampo puramente indie che mi sa di pezzo leggermente triste, nonostante sia un uptempo.
La canzone è generalmente molto orecchiabile, strizza un po’ l’occhio al pop/rock per le melodie molto easy-listening.

“The Weight of the World” è un pezzo decisamente più introverso dalle melodie, molto più placato che da all’ascoltatore un attimo per riprendere fiato. C’è da dire che il pezzo è ugualmente bello, ma un po’ di meno rispetto agli altri due.

Si arriva così a quella che è la mia canzone preferita dell’album e del momento, “Bones”. “Come puoi fare sempre ritardo? Sai che ti perdonerò ogni volta”, il pezzo è decisamente movimentato, con una batteria dalla struttura tipicamente indie (charleston in sedicesimi seguito dal charleston in levare). I primi due minuti son un evolversi di poesia (frasi come “Alla fine, tutto ciò in cui sperare è l’amore che hai provato per eguagliare il dolore che hai passato” e “La tua faccia tra le mie mani è tutto ciò di cui ho bisogno”).
Passati i due minuti arriviamo alla parte migliore della canzone, con la frase che da il titolo alla canzone (“Bones, starved of flesh, surround your aching heart, full of love”) con una batteria che picchia, picchia, picchia!

Quinto pezzo: “When Anger Shows”. Molto lento dopo la sfuriata “Bones”, pezzo molto più lento di “Bones” e “An End Has a Start”, canzone molto profonda direi e forse uno dei pezzi che ti fa rendere conto di quanto sia particolare la voce di Tom Smith, che si conferma un’ottimo cantante. Anche questa canzone, come tutte le altre, del resto, scorre veramente bene, si fa ascoltare.

Arriviamo a “The Racing Rats”, anche questa comincia con un giro di piano molto bello, accompagnato dalla voce di Smith. Il pezzo è un susseguirsi di parti perfettamente incastonate a creare un pezzo direi unico, bello (come tutti gli altri ascoltati finora).

Dopo la ottima “The Racing Rats” arriviamo a “Put Your Head Towards the Air”, la ballad del disco che mi ricorda molto “Chasing Cars” degli Snow Patrol. Il pezzo è bello, veramente.

Ottavo pezzo: “Escape the Nest”. Una chitarra solista veramente violenta per essere un gruppo indie, aggressività a mille nel primo minuto. Le note acute di Urbanowicz vengono ripetute ad ogni parte strumentale, ma fanno sì che non risultino mai ripetitive (pur eseguendo per tre/quattro volte lo stesso riff) ma bensì appetibili e godibili. Bella canzone veramente.

Una chitarra ci introduce a “Spiders”, penultimo pezzo di un album che finora viene promosso. La voce di Tom Smith accompagnata dal piano e seguita da una chitarra solista giocata veramente bene mi fanno ricordare un po’ i Radiohead, sia per le melodie che per il pezzo che risulta cupo per la prima metà. Il pezzo scivola via anche troppo velocemente ed arriviamo così alla conclusione dell’album.

Due minuti e cinquantasei, “Well Worn Hand”, pezzo dove la fanno da padrona le atmosfere tristi e depresse Made in Radiohead & Coldplay. Il pezzo è composto dalla voce di Smith, da una chitarra solista molto pacata e timida di Urbanowicz e dal piano che scandisce il ritmo e definisce accordi tristi alla canzone che si rivela essere una delle migliori canzoni del disco, un’ottima chiusura.

Alla fin dei conti, è un album che ti fa stare lì ad ascoltarlo, che ti incuriosisce, che alterna pezzi di puro stampo indie rock a ballad dove le atmosfere molto tristi (come già detto influenzate molto da Coldplay e Radiohead) la fanno da padrona. Se continuano così un giorno saranno qualcuno anche nel popolo mainstream.

Ora, perdonatemi per questa frase, ma per quanto mi riguarda li vedo i diretti eredi dei Coldplay, in versione, però, molto più spinta. Disco che entra nella mia personale Top 3 dei dischi del 2007.

Voto: 9/10

The Clasher.

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