Liquid Tension Experiment – The Freedom of Speech without any Word

Il Liquid Tension Experiment a distanza di 9 anni rimane un paradigma del Prog Metal!

Il supergruppo americano Liquid Tension Experiment pubblica il primo album eponimo nel ‘98: la formazione vede a capo Mike Portnoy, batterista dei Dream Theater, John Petrucci, guitar hero e vero protagonista di ogni canzone dei DT, Tony Levin, celebre bassista dei King Crimson e per finire Jordan Rudess, talentuoso tastierista all’epoca nei Dixie Dregs e dal ’99 arruolato nei Dream Theater a tempo pieno.

Ecco la tracklist:

1 “Paradigm Shift” – 8:55
2. “Osmosis” – 3:26
3. “Kindred Spirits” – 6:29
4. “The Stretch” – 2:00
5. “The Freedom of Speech” – 9:19
6. “Chris and Kevin’s Excellent Adventure” – 2:21
7. “State of Grace” – 5:02
8. “Universal Mind” – 7:53
9. “3 Minute Warning Pt. I” – 8:20
10. “3 Minute Warning Pt. II” – 4:02
11. “3 Minute Warning Pt. III” – 5:18
12. “3 Minute Warning Pt. IV” – 4:20
13. “3 Minute Warning Pt. V” – 6:31

I Liquid Tension Experiment nascono da un’idea dei produttori discografici Pete Morticelli della Magna Carta e Mike Varney della Shrapnel Records: un supergruppo formato da membri di band diverse accomunati dal genere progressive rock o metal; un supergruppo dal potenziale enorme tiranneggiato dal tempo: ai fantastici quattro viene lasciata solo una settimana per jammare, comporre e registrare l’album. I due Dreamers, uscenti da una non brillante collaborazione con Derek Sherinian, si amalgamano perfettamente con l’ottimo Rudess e a sostenere l’opera ci pensa l’esperto Levin. I Liquid Tension Experiment creano così una propria visione di progressive: senza limiti se non quelli del tempo, senza parole se non quelle degli strumenti.

Il disco è monumentale in partenza: si apre con “Paradigm Shift”, uno dei pezzi più veloci e aggressivi: le solite scale suonate a velocità disumana, marchio di fabbrica della premiata ditta Petrucci-Rudess, con passaggi che ricordano i Genesis più pesanti di “The Musical Box” e i soliti wah-wah tanto cari a Petrucci; ma c’è spazio anche per momenti più atmosferici: un ottimo Levin pesante e corposo fa da sfondo a un solo struggente e lento di John che, crescendo d’intensità, ci conduce fino a un bridge dai toni arabeggianti dove finalmente anche il sempre troppo sopravvalutato Portnoy trova spazio per esprimersi appieno. Il pezzo si chiude con una ripresa del tema iniziale.

Parte liquida “Osmosis”, come da titolo. In apertura tastiera, chitarra e basso fanno timidamente da sfondo ad un sapiente uso delle percussioni fino a combinarsi con esse diventando un tutt’uno rilassante e distensivo, un pacato quanto atmosferico assolo di Petrucci porta alla fine del brano.

Di chiara matrice hard rock è invece “Kindred Spirits”, ma ben presto un Rudess libero come l’aria arriva a trovare spunti progressivi dietro a questo muro di ottantiana memoria: ed ecco che il piano prende il sopravvento seguito da un Petrucci più convinto che mai in un duello a colpi di note sorretti da un ostinato Portnoy. Segue una sezione più riflessiva e ricca di spunti per il virtuoso JP che si lancia in un solo emozionante e perfettamente in linea col suo stile dell’epoca votato alla ricerca melodica; segue un assolo di Rudess forse ancora più struggente, continuazione diretta di quello di Petrucci. Il brano si chiude con una ripresa del vivace tema principale.

“The Stretch” vede Tony Levin prendere le redini della situazione con un riff funky in perfetto stile Les Claypool, e a seguire un divertito Petrucci si diletta in un assolo in linea con la canzone, che diverte e trascina, ideale intermezzo per prendere fiato e stiracchiarsi in attesa della successiva “Freedom of Speech”: questa è infatti l’apice compositivo dell’intero album, il fulcro intorno al quale gravita tutto il resto. Al piano, un Rudess malinconico e posato apre il brano venendo subito assistito dall’addetto alle pentole Portnoy e dal maestro Levin che insieme a JP riempie di pathos questo primo minuto. Il tema di Rudess viene ripreso da un Petrucci particolarmente ispirato in questo assolo drammatico in cui il suo spirito di guitar hero prende il sopravvento dando sfoggio di velocità e maestria; uno stacco di Rudess aiutato da un Portnoy al solito pentolista: è un climax ascendente che sfocia nel caotico con l’aggiunta di Petrucci e Levin in una parte sicuramente metal esplosiva e violenta. Il riff si fa più definito e un velocissimo Rudess solista non può certo sottrarsi alla propria virtuosistica indole costruendo un ponte per una nuova sezione inizialmente struggente e poi hard rock con un riff di Petrucci a sostenere un assolo di Rudess. La palla passa a JP, e velocità sia. La canzone prosegue riprendendo il tema iniziale chiudendosi poi con il solo Rudess, esattamente come si era aperta.

“Chris and Kevin’s Excellent Adventure” presenta ancora i richiami ai Primus: il pezzo si apre con un Portnoy convinto seguito da un ancora funky Levin. Incredibilmente, Petrucci abbandona la chitarra, che cede il posto a un innocuo fischiettio. Questo intermezzo di poco più di due minuti dai toni paludosi e tipicamente southern presenta anche qualche accenno di parlato. “Excellent!”[cit.]

Segue “State of Grace”, il brano più ruffiano del disco ma senza esagerare: non il massimo dell’originalità ma è ammirabile questo Petrucci che abbandona i panni del virtuoso per tessere una dolce melodia: quasi una ninna nanna. Di rado capiterà un JP così votato alla semplicità. E ancora più di rado capiterà un Portnoy che non cerca di attentare alla vita della batteria ma semplicemente non compare nemmeno. Purtroppo la mancanza del basso di Levin si sente: la canzone manca di effettiva sostanza: per quanto bella risulta un po’ vuota, poco più di un’introduzione alla successiva “Universal Mind”.

Questa si apre vivace in perfetto stile prog metal di Theateriana memoria, a seguire un Petrucci abbastanza duro e un Rudess trapezista che si diverte a giocare con la tastiera a grande velocità fino all’ormai classico wah-wah di Petrucci: la canzone è un continuo scambio di parti tra i due, interessante il ruolo del basso particolarmente hard rock. A metà, stacco melodico con un Rudess protagonista al piano, seguito poi da un Levin sempre più funky e da un riff abbastanza graffiante di JP: la canzone si sviluppa in velocità e seppur in linea con l’inizio i toni sono più riflessivi e vedono tutti i musicisti impegnati dare il massimo, eccellente come al solito JR. Il brano si chiude con la ripresa del tema iniziale, uno stacco reggae con piano jazz seguito da una veloce e inaspettata melodia circense.

L’ultima mezzora è occupata dalla pseudo-suite “3 Minute Warning”, una lunga jam session divisa in cinque parti. Spiazzante, complessa. Di difficile ascolto e difficile comprensione. In sintesi, questi ultimi cinque brani sono puro delirio, l’approccio è completamente diverso dalle canzoni precedenti e non c’è da aspettarsi la minima premeditazione. Ma andiamo con ordine.

La prima parte, della durata complessiva di 8 minuti e 20 secondi, si presenta subito evanescente con chiari riferimenti alla psichedelia tanto cara ai gruppi prog di oggi. Interessante questo Petrucci che sembra incapace di emergere dal mare luminoso del tappeto di Rudess, Levin e Portnoy e quando finalmente ci riesce diventa parte dell’armonia complessiva, e ognuna delle quattro voci si alza elevandosi, l’una con l’altra fino ad assumere una forma sferica ben definita in cui tutti sono protagonisti allo stesso modo, finchè la chitarra di JP non prende pieno controllo: diventa un centro di gravità, ma quanto stabile? Alla fine del primo movimento avvertiamo un cambiamento che si concretizza nell’inizio della seconda parte. Petrucci, ancora solista, sembra aver definitivamente perso il controllo della situazione: la velocità cacofonica che ne consegue cede il posto a Portnoy e a una nuova visione d’insieme: più cosmica, più distante. Di JP rimane solo un’eco lontana che si fa via via sempre più insistente e prepotentemente torna sostenuta da un Portnoy impazzito. Più concreta la terza parte, non più legata a visioni oniriche e spaziali ma a un groove più terreno. Levin in formissima, Petrucci impertinente insieme a Rudess e Portnoy, divertiti come non mai! Sempre più intensa questa terza parte, dal volume sempre più alto e dal ritmo sempre più incalzante. Petrucci torna ad amoreggiare con il suo wah-wah nella quarta parte della suite. Su uno sfondo hard rock questo pittore musicale dipinge una tela complessa e articolata. È un quadro astratto di luci, ombre e colori mai visti in cui non si distingue più la differenza tra uno strumento e un altro. Quando finalmente Petrucci si stende sullo sfondo Rudess, Levin e Portnoy risorgono dal proprio delirio lanciandosi in un velocissimo stacco prima del ritorno di un Petrucci più concreto. La quinta parte si presenta più riflessiva delle precedenti due, ma progredisce in un dialogo tra Rudess e Petrucci, in cui questo prende piena parola senza risultare mai prepotente. Un senso di armonia generale ci accompagna, nonostante un JP più metallaro che si tuffa in un atipico assolo a velocità “petrucciane”: con l’ennesima variazione del tema e un sempre necessario fade-out udiamo la voce di Portnoy. Siamo arrivati alla fine dell’interminabile suite, e anche del disco.

In conclusione: Liquid Tension Experiment è un esercizio di stile davvero riuscito con elevati picchi compositivi. Nonostante qualche momento debole a causa della durata forse eccessiva di “Three Minute Warning”, l’album riesce a essere d’esempio per qualunque gruppo progressive metal e non solo. L’incredibile varietà di stili e influenze fanno sì che l’album sia fruibile da un ampio numero di utenti, l’importante è non lasciarsi scoraggiare dai due mostri Petrucci e Rudess: la velocità eccessiva può dare alla testa. Presi a piccole dosi però possono regalare momenti magici.

Voto: 8.5, promossi con merito!

Annunci

About this entry